Voci del Silenzio. Sulle tracce delle lingue in via di estinzione Daniel Nettle, Suzanne Romaine
Oxford University Press, 2000; trad. it. Carocci, 2001
Pochi sanno che le quasi 100 lingue autoctone parlate un tempo in quella che oggi è la California sono prossime all’estinzione. Oppure che gran parte delle 250 lingue aborigene dell’Australia sono ormai scomparse. Di fatto, almeno la metà delle lingue parlate oggi sul pianeta probabilmente non esisterà più fra cento anni. Che fine fanno quelle voci? Dovremmo forse allarmarci per la scomparsa della diversità linguistica?
Secondo gli autori di Vanishing Voices che il fenomeno è ben più che inquietante. Tracciando un parallelo fra la sopravvivenza della diversità linguistica e la questione ambientale, la scomparsa delle lingue viene collocata nel quadro di un più ampio scenario semi-catastrofico di collasso dell’ecosistema planetario. Di fatto, gli autori sono convinti che la lotta per preservare le preziose risorse ambientali del pianeta – come le foreste pluviali – sia indissolubilmente legata alla lotta per garantire la sopravvivenza di culture diverse, e che le cause della morte di una lingua, come per la distruzione della natura, dipendono dalla concomitanza di determinati fattori politici e ambientali.
Nettle e Romaine si levano in difesa delle lingue in pericolo, e allo stesso tempo rendono omaggio agli ultimi locutori di idiomi morenti, come Red Thundercloud (nuvola-di-tuono-rosso), un nativo americano della Carolina del Sud; Ned Mandrell, con cui morì la lingua manx nel 1974; e Arthur Bennett, un australiano, l’ultima persona in grado di spiccicare più di qualche parola di mbabaram. Le nostre lingue custodiscono le conoscenze accumulate dall’umanità. In realtà, ogni lingua è un tesoro unico di esperienza. Vanishing Voices è un appello a preservare queste risorse, prima che sia troppo tardi.