La geografia della felicità
Dove trovare la felicità? Vivere a Puerto Rico o in Lettonia (nazione con il più alto tasso di suicidi) può fare la differenza. Tendenzialmente si è portati a considerare la felicità come una questione personale: gli individui sono (o possono) essere felici, non le nazioni. Di qui l'interrogativo: la felicità è una realtà soggettiva (<<sentirsi bene>>) o esistono condizioni oggettive (<<star bene>>) che permettono di definire uno standard condiviso? I primi ad avventurarsi nell'esplorazione della felicità cumulata sono stati i ricercatori sociali del World Value Survey che nel 2003 pubblicarono i risultati di una ricerca focalizzata sul tasso di felicità dichiarata. Nella top 10 dei più felici al primo posto la Nigeria, e solo scendendo al sesto si trova il primo paese sviluppato, l'Islanda. Per quanto opinabile, la classifica è il primo meritevole tentativo di definire un indicatore della qualità di vita originale e diverso dalla contabilizzazione delle risorse. Primo scoglio dello studio sistematico della felicità di un Paese è trovare la chiave discriminante tra la soddisfazione esistenziale, associato a uno stato di cose, con la felicità percepita, uno stato d'animo. Non sorprende quindi che i trentacinquenni si ritengano generalmente più felici dei settantacinquenni, ma meno soddisfatti. Inoltre, gli studi qualitativi sul tasso di felicità-paese sono condizionati dagli schemi culturali. Nelle civiltà occidentali individualiste, la felicità è vista come il riflesso della realizzazione personale, della riuscita professionale. Essere felici diventa quasi un obbligo morale, pena essere considerato un fallito. Di qui la tendenza a dichiararsi più felici di quanto non lo si reputi. Lo stesso fenomeno avviene nei paesi latini, particolarmente attratti dai comportamenti vincenti. Al contrario in Asia vi è un atteggiamento più fatalista nei confronti della felicità. Non la si insegue, casomai la si incontra come un dono, inaspettato. Non essendo la conferma delle proprie capacità, l'infelicità non provoca alcun senso di colpa. Anzi, nelle culture asiatiche i cui valori sono l'autodisciplina, il senso di responsabilità, la collaborazione e l'amicizia, il perseguimento della felicità ad ogni costo è giudicato riprovevole. Comunque sia per l'uomo moderno la felicità è un puzzle così complesso che manca sempre di un pezzo.
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