Antica e nuova economia della felicità
Da una costola dell'economia (definita anche "scienza triste") è nata una nuova disciplina, l'economia della felicità. Una definizione che a guardar bene non è poi così nuova. Già nel '700 gli illuministi italiani Antonio Genovesi e Pietro Verri definirono la nascente disciplina economica "una scienza della felicità pubblica". E persino l'economista iperliberista Adam Smith - padre dell'abusata metafora dell'interesse del macellaio in cui il guadagno individuale rappresenterebbe un'esca finalizzata alla felicità collettiva - in un suo meno noto libretto (Teoria dei sentimenti) afferma che avere a cuore la nostra stessa felicità implica avere a cuore la felicità degli altri. Non è la ricchezza a dare felicità, semmai è la felicità, individuale e comunitaria, a favorire il raggiungimento della ricchezza. La scala di valori si è ribaltata. Se come cantavano i Beatles "money can't buy me love", ora sono in molti a dimostrarci che i soldi non comprano neppure la felicità. Si moltiplicano cattedre, teorie, indagini e indici. Fioriscono riviste specializzate come il Journal of Happiness Studies. Nasce una banca dati, la World Database of Happiness. Nel catalogo di Amazon, alla voce economy of happiness, compaiono almeno duecento titoli tra saggi e pubblicazioni scientifiche. La più antica risale al 1902. La BBC ha dedicato all'argomento sei puntate di approfondimento e una commedia. Grandi multinazionali, come la Ericsson, organizzano momenti di ricerca dello stare bene mentale in orario di lavoro. In Australia opera The Happiness Institute dove con 140 dollari l'ora si insegna ad aumentarne i livelli. L'economista americano Paul Zane Pilzer, autore di The Wellness Revolution, calcola che l'industria della felicità sia ormai il terzo settore, dopo auto e information technology, a fatturare mille miliardi di dollari l'anno.
(15/09/2006)
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