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Il continente verde

L'Africa rappresenta una delle più grandi sfide per l'ecologia. Le sue estreme condizioni ambientali e il gap tecnologico con il resto del mondo ne fanno uno dei laboratori d'eccellenza nei quali si sperimenteranno le nuove soluzioni in tema di ecosostenibilità. Un terreno di frontiera in cui si deve realizzare il precario equilibrio tra un'agricoltura di sussistenza e quella tecnologicamente avanzata dei paesi occidentali. Già, perché il nostro modello di agricoltura non-sostenibile non è esportabile in Africa su vasta scala, mancando i mezzi e le infrastrutture. Uno svantaggio o una fortuna, visto che il modello occidentale è iperperformante sia in termini di produzione che di inquinamento: se oggi la quantità di grano per ora-lavoro prodotta da un farmer statunitense è 350 volte superiore a quella raccolta da un contadino Cherooke, non quantificabile è la proporzione in termini di impatto ambientale (fertilizzanti, pesticidi) e distruzione di energie non rinnovabili.

L'aumento demografico, in tutto questo, è l'elemento critico dell'Africa. Le economie rurali africane traggono energia dal legname, il depauperamento di boschi e foreste, unito all'inquinamento prodotto dalla combustione, sta diventando sempre più un'emergenza. Il 94% della popolazione rurale e il 73% della popolazione urbana nell'Africa sub-sahariana utilizza legna o carbone prodotto dalla legna come fonte primaria di energia, cioè per cucinare e riscaldarsi.

Ogni anno i 650 milioni di abitanti a sud del Sahara bruciano 470 milioni di tonnellate di biomassa (0,72 tonnellate a testa). La raccolta di legname determina l' arretramento delle foreste e l' avanzata dei deserti. L'emergenza oltre che ambientale è sanitaria: la combustione di biomasse produce una gran quantità di inquinanti. Specie quando avviene in abitazioni, ove si produce un micidiale 'inquinamento indoor'.

Ogni anno nell'Africa Sub-Sahariana muoiono 400.000 persone a causa della cattiva aria che respirano bruciando biomasse.
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